Letteratura

Storia perfetta dell’errore. Un tentativo fallito – Recensione

“Siamo tutti nati da cose imperfette. Siamo tutti incerti, in equilibrio precario. Qualsiasi bellezza di cui possiamo risplendere è scavata dentro questa fragilità.”

L’opera d’arte ci impone di essere alla sua altezza. È questa la natura del capolavoro: di mettere in moto dentro di noi quelle dinamiche che ci spingono a esprimerne la grandezza in un linguaggio almeno altrettanto visionario. Ecco cosa compie la STORIA PERFETTA DELL’ERRORE, primo romanzo di Roberto Mercadini.

TRAMA.    Storia perfetta dell’errore è una storia d’amore. Ma è anche una storia sulle storie. Ed è anche una storia nelle storie. E infine è una storia sulla Storia (quella con la “s” maiuscola). Narra di Pietro Zangheri un paleoantropologo fissato con la perfezione e con l’ordine, e della sua amata Selene, una studiosa di ebraico antico affetta dal “Disturbo Esplosivo Intermittente”, la dimostrazione del caos e del disordine per eccellenza. Selene sa che non può funzionare, sa che ordine e caos non stanno insieme, perciò lascia Pietro e se ne va. E cosa decide di fare l’innamoratissimo Pietro? Semplice, le racconta delle storie.

Roberto Mercadini durante uno dei suoi monologhi teatrali.

Io credo che in poche altre opere la struttura narrativa sia così rilevante per capirne il senso, come in questo libro. Ci troviamo difronte a un vero e proprio caleidoscopio. Racconti che narrano di eventi cosmici e avvenimenti quotidiani, apocalissi linguistiche e invenzioni geniali, storie che ripercorrono le gesta eroiche di re ed eserciti vecchi di millenni e che di colpo sprofondano nell’eccezionale banalità quotidiana di uno sperduto e antieroico Pietro Zangheri, sempre alla ricerca dell’ordine, di un senso stabile per la sua realtà. Pietro Zangheri è l’archetipo del narratore. Esprime l’intuizione della letteratura, lo slancio creativo del menestrello che compone il canto per celebrare la battaglia. Il menestrello sul campo di battaglia è il primo e più sincero dei narratori perché il suo atto è l’ammissione del disordine e la volontà di superarlo. La rovina della guerra è l’emblema del caos della realtà, e il fatto di raccontarla ci rivela una verità profondissima: noi raccontiamo storie per mettere ordine alla realtà, per fare chiarezza nel turbinio assurdo degli eventi che sfuggono a una comprensione intuitiva e semplice.

E come il menestrello cerca di “razionalizzare” la guerra, Pietro Zangheri cerca di razionalizzare il suo amore per Selene. Vuole solo fissare i punti. Vuole solo tratteggiare i confini della sua identità per conoscere sé stesso. Vuole solo essere qualcosa di stabile, fissarsi nelle parole sulla carta per arrivare a toccare la donna di cui è innamorato. L’atto stesso di raccontare si trasforma così nella “Storia perfetta degli errori, perché colui che narra lo fa spinto dal desiderio di racchiudere il caos degli errori nella perfezione limitata e completa del linguaggio, di una struttura finita e armoniosa. 

Il celebre autoritratto di Escher che si rispecchia, come Roberto si rispecchia in Pietro.

Ma a un certo punto il protagonista viene folgorato – e come in uno specchio anche l’autore – e gli si rivela una verità definitiva e disarmante: è impossibile esaurire la complessità della realtà nella perfezione conclusiva del linguaggio, dell’arte o della scienza. Il mondo là fuori continuerà sempre a invaderci senza chiedere il permesso, a essere più di quanto avevamo previsto, entrando nella nostra vita sotto forma di malattia, dolore, catastrofi naturali, ma anche amore e gioie inaspettate, ovvero tutti quegli eventi imprevisti che emergono all’improvviso senza averci chiesto il permesso. Selene è un evento del genere, è l’imprevisto irriducibile a ciò che sono io, inesauribile per le possibilità della mente: l’alterità assoluta di un essere umano.

Quando la storia diventa consapevole di questa eccedenza intrinseca che la realtà conserva su di noi, va in cortocircuito e si rivela per quello che è: un tentativo fallito. Ma è questa la natura più gloriosa del capolavoro: l’ammissione di non poter dire tutto, la consapevolezza di non potersi esaurire nella perfezione, che la parola FINE al termine del libro è caduta lì per caso, che la storia continuerà all’infinito. In quel momento in cui la narrazione prende coscienza di sé, la storia PERFETTA dell’ERRORE, di trasforma nella storia SBAGLIATA della PERFEZIONE, i piani vengono ribaltati. Pietro non cerca più di racchiudere la totalità in una struttura chiusa, ma racconta la storia del fallimento di una tale impresa, consapevole che ogni perfezione sarà sempre mangiucchiata, parziale, limitata, non-finita (come le ultime opere di Michelangelo), percorsa dalle crepe in cui la realtà continuerà a insinuarsi rimettendo tutto in discussione, imponendoci di scrivere l’ennesima storia. Sempre fallimentare eppure possibile solo in questo fallimento ineliminabile e quasi strutturale. Fragile e risplendente di questa gioiosa fragilità. Potente in virtù del proprio inviolabile limite.

Particolare della Pietà Bandini, di Michelangelo Buonarroti. Un esempio di “non-finito”.

Quindi torniamo a ciò che ho detto in apertura: “Il capolavoro ci impone di essere alla sua altezza”. L’arte crea quelle parti di noi che poi esigono di essere espresse e proprio per realizzare questa espressione nasce un nuovo capolavoro. Storia perfetta dell’errore ci sussurra che non finiremo mai di raccontare storie perché c’è troppo da dire per sperare di esaurire, un giorno, tutte le possibilità dell’esistenza. Ci dice che è grazie all’errore, al limite e all’incompletezza che riusciamo ancora a creare bellezza perché è solo in reazione ad esso che ci mettiamo in moto. É solo in virtù del caos che possiamo aspirare all’ordine, che nasce in reazione al nostro desiderio di proiettare un senso sulla realtà altrimenti assurda e incomprensibile. Il fallimento non è affatto un limite ma il luogo dove si realizza l’espressione.

Ogni atto artistico è un’impresa, per quanto epica, destinata a fallire e in questa verità sta il valore autentico del pensiero, nello stesso tempo tragico e trionfale. L’arte nasce per esprimere ciò che ha suscitato, per riempire le fratture che ha aperto nel mio animo.

Quindi questo, dopo tutto, è un timido e goffo e fallimentare tentativo di creare qualcosa di anche solo vagamente poetico, perché così posso sperare di avvicinarmi, anche solo sfiorandola, alla violenza poetica e commovente della “Storia perfetta dell’errore”. Grazie Roberto Mercadini.

Grazie perché hai mostrato la perfezione armoniosa e struggente della fragilità, della caduta e dell’inciampo. Hai mostrato che essere umani significa saper ammettere il proprio fallimento. Hai mostrato che nella consapevolezza del limite dispieghiamo più potenza poetica di quanto avremmo mai potuto prevedere.

 

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