Letteratura

La filosofia di Philip K. Dick. Cos’è reale?

C’è qualcosa che mi ha sempre affascinato nella figura di Philip K. Dick, che l’ha portato ad occupare un posto privilegiato nella classifica delle persone che hanno davvero detto qualcosa di vero sul mondo: la sua vita è la sua opera più riuscita. La sua biografia potrebbe facilmente essere uno dei suoi romanzi, per quanto è folle, delirante e allucinatoria. E infatti Dick l’ha fatto quando ha trasfigurato le sue esperienze allucinatorie e di rivelazione divina nella Trilogia di Valis. È questa la chiave per comprendere il messaggio di Dick, l’accesso al mistero della sua poetica:

Philip K. Dick era le sue opere. Philip K. Dick era le sue stesse idee.

Un’idea non si dà mai se non nella sua incarnazione: io sono le mie idee e le mie idee sono me, al punto che io stesso che mi percepisco come un’unità indistinta, come un condensato di esperienze, emozioni, come un IO individuale e unitario che agisce, sono tale in virtù della narrazione che faccio di quell’io, grazie alla finzione narrativa, astratta e immateriale (perché esiste solo nelle nostre menti) che mi permette di ricondurre a un’unica fonte la pluralità delle diversissime fasi materiali, concrete e tangibili di un corpo.

È solo grazie a un’idea che posso concepirmi come un essere che evolve, che è lo stesso individuo a 12 anni così come a 25 sebbene quelle due fasi siano talmente lontane da non permettere nessun tipo di paragone o confronto. Come racconta chiaramente Daniel Dennett in Coscienza. Che cosa è: 

“Un sé non è un punto matematico, ma un’astrazione definita dalle miriadi di attribuzioni e interpretazioni (incluse le auto-attribuzioni e le auto-interpretazioni) che hanno composto la biografia del corpo vivente di cui è il Centro di Gravità Narrativa.”

Non ci sono più il gatto da una parte e la bistecca dall’altra, ma il gatto che è una manifestazione della bistecca e la bistecca che è una manifestazione contingente del gatto in un continuo circolo virtuoso, parafrasando uno dei racconti più densi e emblematici di Dick. Questo circolo è virtuoso e non vizioso, produttivo e non degenerativo, modifica attivamente la realtà.

Senza le mie strutture ideali non sarei nessuno, perché l’essere si definisce solo in virtù dell’autopossessione del sé, ovvero dell’autocoscienza. Non è possibile rimanere vuoto a meno di cadere in una dimensione totalmente diversa da quella umana: ogni volta che perdo un “contenuto” è solo perché il contenitore è stato riempito in un altro modo. Parlando di alieni, dissociazioni divine, allucinazioni e fantascienza, Dick riusciva ad essere sè stesso.

In fin dei conti è esattamente questo che realizza Palmer Eldritch, l’alieno venuto dallo spazio che colonizza le menti dei personaggi in Le tre stimmate di Palmer Eldritch: un immane processo di dissoluzione della frattura tra idea e corpo, mente e materia in modo che siano indistinguibili contenuto e contenitore. Non esisto più io o l’idea separatamente, bensì io che mi costruisco attraverso e nelle idee. Quando produco un’idea sto condensando tutto me stesso in un punto, precipito tutta la storia che mi ha portato a quell’istante, in un singolo momento del pensiero. (Ne ho parlato in questo articolo su Caparezza)

Il processo di creazione è un processo reciproco: creo una storia mentre quella storia mi crea, imparo chi sono e chi sto diventando, mentre la creo. Io sono tutte le mie storie, “contengo moltitudini. Lo scrittore americano usava la scrittura molto più per imparare cose su di sé piuttosto che per esprimere un concetto che già aveva elaborato. La verità, lui la scopre dentro i suoi libri, dentro le sue opere come se fosse il primo degli estranei, come un lettore che deve comprenderle dall’esterno.

Attraverso le sue storie, Dick ci parla delle idee e della loro dirompente forza invasiva, spinge le forze del linguaggio alle estreme conseguenze, dispiega la potenza della parola parlando di quella stessa forza. E fa tutto ciò direttamente su sé stesso. La sua grandezza sta in questo: l’inseparabilità tra il suo pensiero e la sua vita, il suo lavoro e la sua esistenza. Philip K. Dick è vero perché ciò che dice ha un effetto concreto sulla sua esistenza e gli eventi della sua vita entrano direttamente nella finzione, che acquista lo spessore e la serietà della profezia tipiche della sua letteratura.

Dick è impazzito anche nelle sue storie, attraverso di loro, ha sperimentato il delirio della narrazione sulla sua pelle. Chiunque voglia giudicarne la letteratura non può trascurare questo punto (per una biografia di Dick, consiglio lo splendido Io sono vivo, voi siete morti, di Carrere). Una vita che lui stesso ripercorrerà nel colossale Esegesi alla luce della rivelazione divina e che lo porterà a reinterpretare i suoi libri come delle tappe per il risveglio della sua coscienza, della verità. Mentre lui rivolta le sue storie, le sue storie lo rivoltano, lo gettano nella follia. La sua follia, il suo delirio testimoniano e sono la conseguenza del delirio e della follia che suscitano i suoi romanzi, perché scardinano i consueti rapporti tra realtà e finzione e gettano inquietudine e terrore dinanzi all’incontrollabile forza delle idee (vedi Ubik).

Concreto e astratto non sono più termini in opposizione ma in continuità: l’astratto delle idee prende corpo nella realtà materiale nelle azioni e negli eventi dell’Io. Realtà e finzione sono chiuse in un circolo di autoriferimenti e autoproduzioni costante: la finzione letteraria e immateriale del linguaggio, dei concetti e delle idee dà corpo e sostanza alla realtà materiale che senza la ragione sarebbe piatta e spenta, non avrebbe nessun rapporto con me. Come dice Harari nel suo Sapiens:

“Provate soltanto a immaginare quanto sarebbe stato difficile creare stati, chiese o sistemi giuridici se avessimo potuto parlare soltanto delle cose che esistono veramente, come i fiumi, gli alberi e i leoni.”

 

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