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La filosofia di Harry Potter. Piton vs. Silente

“Sempre.”

In questa parola è racchiuso tutto il senso della storia di Harry Potter. Nello slancio di Piton verso l’umanità più assoluta e irriducibile si consuma lo scontro che percorre tutta la storia e in particolare il settimo libro, che qui prenderò in considerazione, come un fremito: bene individuale contro bene collettivo. La domanda fondamentale che viene posta a ogni piè sospinto ne “I doni della morte” è la stessa che si pone Dostoveskij in “Delitto e castigo”, su cui si arrovella Raskolnikov o Spiderman nella trilogia di Sam Raimi: è giusto sacrificare la vita di un individuo, indipendentemente se buono o malvagio, per raggiungere un fine nobile e più alto? In altre parole, è vero che il fine giustifica i mezzi?

Albus Silente è un personaggio che porta avanti questa linea per tutta la sua vita, cercando fin da giovane una vittima da sacrificare sull’altare del bene superiore, e se da giovane aveva scelto i babbani come agnello sacrificale, alla fine della sua vita sceglie niente meno che il protagonista del racconto, Harry Potter. Nella scena chiave del settimo libro, quella che nessuno di noi si aspettava e che ha contribuito in maniera definitiva a rendere Harry Potter il fenomeno narrativo che è diventato, Harry fa cadere le lacrime di Piton nel Pensatoio, che si allungano come ombre oscure e si addensano nella materia informe della memoria ormai spenta del primo consigliere di Voldemort e del suo più grande nemico. Nella scena del Pensatoio Silente e Piton si rivelano per quello che sono, la storia mette in mostra finalmente i suoi motori propulsivi, ci permette di entrare nella sua struttura, attraverso la fenditura dei pensieri di Piton, facendoci vedere quali azioni avevano determinato certi eventi ed evitato altri, dimostrandoci che tutta la narrazione non era altro che il risultato della tensione tra quei due personaggi.

Pensateci bene, dopo aver visto quella scena nel film o averla letta nel libro, sembra quasi che Harry Potter sia il protagonista solo per errore, che sia solo la marionetta inconsapevole e sballottata da una parte all’altra dai veri interpreti del dramma che va in scena. Chi mette in moto la storia non è mai Harry Potter ma sempre loro due: la realtà narrativa del romanzo si scopre, alla fine, essere il risultato della tensione tra due concezioni del mondo diametralmente opposte. Da un lato c’è Severus Piton, che incarna l’individualismo romantico del singolo, dall’altro c’è Albus Silente che ha dato velatamente prova della sua superbia fin dalla prima scena in cui compare, credendo di poter decidere della vita degli altri come se fossero pezzi su una scacchiera. Da un lato c’è la volontà di perseguire il proprio bene individuale, dall’altra quella a raggiungere un bene superiore, che sfugge a colui che guarda il quadro troppo da vicino. È la malcelata superiorità di Silente che spiega tutte le sue azioni, che giustifica i suoi comportamenti, che lo porta a credere di detenere la verità assoluta e indiscutibile sul mondo: chi crede di detenere la verità in modo così radicale e convinto, di aver raggiunto un livello di comprensione che sfugge alla massa, è disposto a tutto pur di compierne in atto la perfezione .

Silente, lungi dall’essere il saggio buono e il maestro che aiuta Harry a capire la sua strada, è un freddo macchinatore, un Machiavelli del mondo magico, un burattinaio che invece di aiutare il ragazzo solo e indifeso gli impone subdolamente una via definita fin dall’inizio, lo conduce alla morte senza parlare, senza instaurare una relazione autentica e sincera. A Harry Potter nella sua individualità, non importa di vincere contro Voldemort: lui vuole solamente essere capito, essere aiutato, avere una relazione con un’altra persona. Il caro Albus non ha fatto niente di tutto ciò, non è stato per niente candido come invece suggerisce il suo nome! Ha solo mentito. Dopo tutto, Silente non è così migliore di Voldemort: entrambi condividono nelle intenzioni la tendenza alla superiorità, dalla cui altezza poter decidere cosa è meglio per gli altri.

Il vero eroe della saga di Harry Potter è Piton, il personaggio più tragico e commovente della storia, le cui azioni, dopo la rivelazione del Pensatoio, assumono un significato abissale e violentemente poetico. Piton è l’eroe romantico che si protende nello sforzo epico verso l’affermazione del bene dell’individuo più che di quello superiore, che vuole preservare la vita considerandola come fine in sé stesso e non come un mezzo, come afferma Rorty nel meraviglioso “La filosofia dopo la Filosofia”; Piton si scaglia contro Silente quando questi gli rivela come ha usato Harry: “lo vuoi usare come una bestia da macello?!”, sono le sue parole piene del ribrezzo contro l’assurdità del comportamento del preside di Hogwarts.

Piton è davvero uno dei personaggi più straordinari della letteratura, che incarna il dramma dell’individuo che si sente oppresso dalle forze della “verità assoluta” o del “bene superiore”. Se nemmeno io so cosa è il mio bene e devo continuamente ricercare, “conoscere me stesso”, come fa qualcun altro a dirmi chi sono e qual è il mio bene? Piton non agisce per nessun bene superiore, non si arroga il potere di decidere per la vita altrui: tutte le sue azioni sono infatti mosse dall’istanza più individuale possibile: l’amore per Lily. È l’amore, il sentimento più propulsivo dell’animo umano, che mette in moto la storia anche al di là delle macchinazioni di Silente o del male di Voldemort, che supera l’odio del signore oscuro e le menzogne di Silente con la sua potenza dirompente. È grazie all’amore che Harry sopravvive.

La storia di Harry Potter non si riduce a una banale semplificazione della realtà, non significa credere che l’amore è bello e ci salverà tutti o che sia una forza soprannaturale che funziona come un talismano. Al contrario, colui che ama, quasi sempre fa una brutta fine in Harry Potter. Quello che J.K. Rowling vuole suggerirci non è una morale semplicistica del tipo “bisogna amare tutti”, bensì la potenza sovversiva del sentimento individuale, la grandezza di coloro che ammettono la loro parzialità, l’impossibilità di accedere a una verità universale e valida per tutti e il lancio nella frattura dell’amore come paradigma di questo concetto assurdamente produttivo, che alla fine, quando riusciamo a comprenderlo nella sua interezza ci porta alla commozione. Quella commozione sfrenata che sentiamo sgorgare e traboccare ogni volta dopo l’ultima scena di Harry Potter.

 

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