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La Filosofia di Game of Thrones. L’ironia dell’ignoranza

“You know nothing, Jon Snow!”

Tu non sai niente. Il mondo là fuori sarà sempre più di quello che tu avrai previsto, sarà sempre eccedente rispetto alle tue teorie, entrerà senza chiedere il permesso per mettere a soqquadro la stanza della ragione. E per quanto saremo esperti, per quanto conosceremo, per quanto sarà ampio il raggio d’azione che proiettiamo sul mondo, saremo sempre irriducibilmente ignoranti, sempre due passi indietro alla realtà. (Se volete una analisi chiara e originale su questo tema, cliccate qui per andare al video di Rick Dufer dove ne parla e soprattutto vi consiglio di leggere il suo libro “Elogio dell’idiozia”, e sotto in descrizione trovate il link Amazon per acquistarlo).

Quando ci illudiamo di aver raggiunto la totalità, di aver esaurito il mondo e il linguaggio in modo definitivo e irritrattabile, è solo perché ci siamo fermati, ci siamo rifiutati di continuare la ricerca, paghi della vittoria riportata. Eppure quella vittoria è solo momentanea, transitoria, destinata a tramontare per fare uscire allo scoperto la nostra fragilità, nella conoscenza, nelle emozioni, nelle relazioni umane, nella vita in generale.

 

Quando ci illudiamo di aver raggiunto la totalità è solo perché abbiamo deciso di imbrogliare, piegando il mondo alla nostra mente, forzandolo, cambiando le carte in tavola per confermare la nostra visione del mondo. Per questo il gioco del trono non finirà mai, ci sarà sempre un imprevisto che interverrà a scombinare le carte in tavola. Questa è l’essenza di Game of Thrones: il gioco del trono è il gioco del mondo. E il gioco del mondo è il gioco dell’idiozia. L’idiozia poetica che ci spinge verso l’ignoto, che ci fa perseverare, che ci fa infuriare contro il morire della luce, quella di cui parla Rick nel suo Elogio dell’Idiozia!

Siamo ignoranti. Tutti. Sempre.

Per questo non possiamo permetterci di prenderci troppo sul serio. Questo significa che dobbiamo dubitare di ogni cosa, come degli scettici incalliti, che dobbiamo sminuire tutte le scoperte, le invenzioni e le conquiste della ragione in nome della strutturale parzialità dell’essere umano? No, significa esattamente il contrario. Essere ironici è l’attributo più autentico dell’intelligenza, ciò che caratterizza la genialità di un’idea, di un’opera, di un progetto, perché presuppone che siamo abbastanza consapevoli dei nostri limiti, della nostra insufficienza, della nostra mancanza, da prendere le nostre imprese per quello che davvero sono: momenti di un processo, tappe di una storia, prospettive di una monade. E significa essere abbastanza consapevoli da sapere che quei processi, quelle storie, quelle prospettive, sono inesauribili.

Devo prendere le distanze dalle mie idee, guardarle dall’esterno come se fossi il primo degli estranei, il più violento dei critici di me stesso. Devo evadere dalla routine del pensiero che mi porta a credere di aver detto tutto sul mondo, come è accaduto spesso nella storia della filosofia quando qualche filosofo ha proclamato la fine della filosofia con la fine del suo pensiero (è successo, ad esempio, al primo Wittgenstein e a Hegel). Devo saper ridere di me stesso e della mia visione del mondo per rompere l’“illusione della definitività”, il delirio di onnipotenza della ragione.

Essere ironici significa essere consapevoli. Non è un caso che gran parte della letteratura abbia i suoi slanci migliori proprio nei momenti ironici, quando si insulta, quando rompe la parete della finzione narrativa e trascende il concetto stesso di finzione, per darci un quadro complessivo più ampio, per riflettere sulla creazione stessa e allargare un poco di più la prospettiva che getta sul mondo. Alcuni dei più grandi capolavori artistici sono ironici in questo senso: la Divina Commedia di Dante, è essenzialmente un lavoro ironico, perché mette in discussione le nostre certezze, i nostri comportamenti, facendone una satira che punta a disilluderci, a rompere l’incantesimo; il Don Chisciotte di Cervantes, è una immensa presa di coscienza della letteratura, dei suoi canoni, delle sue tradizioni, delle sue ingenuità e in questo modo anche una sua decostruzione: distrugge la macchina per scoprirne gli ingranaggi.

L’ironia è la massima realizzazione della coscienza: non vuol dire buttar via tutto quello che sappiamo, essere inutilmente cinici davanti alla giusta grandezza della mente umana quanto piuttosto rimettersi in prospettiva, operare una ricontestualizzazione. Calibrare le aspettative. Non possiamo accedere all’infinito, alla totalità delle connessioni del mondo. Non possiamo essere perfetti. Ma proprio a partire da questa consapevolezza possiamo aprire al massimo le nostre possibilità espressive, perché possiamo regolare le aspettative su noi stessi in modo ONESTO e lanciarci alla scoperta folle, nell’esplorazione idiota e geniale dell’ignoto. Perciò, ridiamo su, ridiamo come fa il fanciullo di Nietzsche, davanti alla possibilità infinita della vita, davanti alla nostra fragilità così provinciale e patetica e così poeticamente bella.

“Siamo tutti nati da cose imperfette. Siamo tutti incerti, in equilibrio precario. Qualsiasi bellezza di cui possiamo risplendere è scavata dentro questa fragilità.” 

(Storia perfetta dell’errore, Roberto Mercadini)

L’ironia è la consapevolezza della nostra natura, la consapevolezza del divenire della conoscenza. Essere ironici significa essere abbastanza relativisti da non assolutizzare le proprie idee, da ammettere la pluralità delle prospettive da cui guardiamo la realtà, e contribuire con un verso al grande spettacolo che continua, che infuria contro il morire della luce.

 

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