Music Ergo Sum

La filosofia di Caparezza. China Town – Music ergo Sum

Music Ergo Sum – Episodio 3

Caparezza scrive per se stesso. Questa intimità delle sue canzoni mi ha sempre affascinato. Ogni volta che ascolto un brano di Caparezza la mia prima impressione è sempre quella di trovarmi difronte all’espressione della sua essenza, come se ogni canzone, ogni nota, ogni album e ogni parola fossero delle sfumature di Michele Salvemini. Quando ascolto Caparezza ho sempre l’impressione di toccare un uomo, di entrare in contatto con l’artista stesso. 

Come si evince da numerose interviste, l’ispirazione per le sue opere nasce sempre da un esperienza travolgente, che ha a che fare con Caparezza come essere umano (il caso dell’acufene come ispirazione per “Prisoner 709”, o l’esperienza artistica delle grandi opere pittoriche come ispirazione per “Museica”). Caparezza scrive perché lo sente come una necessità improrogabile, perché è l’unico modo in cui si sente a casa, si sente integro, si sente tutt’uno, è l’unico modo in cui dà forma a se stesso, in cui DIVENTA una forma. 

A un mio amico cantautore, una volta è stato chiesto perché componesse, perché scrivesse musica. Lui ha risposto che non può FARE altrimenti. Quello che il mio amico vuole dire è che non può ESSERE altrimenti perché è nella creazione artistica che è autenticamente se stesso, che la sua natura più intima coincide con le maschere che proietta agli altri di sé, che lui è esattamente “a forma di se stesso” come dice Roberto Mercadini (qui trovi la mia recensione al suo romanzo).

Il senso della sua poetica è spremuto tutto nelle parole di China Town. Quando Caparezza dice:

È con l’inchiostro
Che ho composto
Ogni mio testo
Ho dato un nuovo volto
A questi capelli da Billy Preston

sta esprimendo proprio questo concetto, cioè la consapevolezza di riuscire a realizzarsi proprio nell’arte. Ed è un caso che la realizzazione per lui sia la musica, per me la filosofia e per Dante la poesia. Ognuno di noi nasce per incarnare un’idea, per esprimere sé stesso, e ognuno trova un modo diverso per diventare ciò che è (perfino cucinando metanfetamine come fa Heisenberg in Breaking Bad). 

Per questo penso che China Town sia in qualche modo il testamento spirituale e artistico di Caparezza: perché in questa canzone ha dato voce a tutta la sua individualità, a messo in mostra il motivo che lo spinge a creare, a comporre poesie e musiche, che fa divampare dentro di lui la fiamma dell’originalità tipica del capolavoro. In China Town ho trovato finalmente l’ammissione da parte di Caparezza stesso di quello che io avevo sempre intuito. 

Così Caparezza è tutte le sue canzoni, spalmato come del burro su una fetta di pane, o come l’inchiostro sullo spartito. Caparezza è la somma totale delle sue creazioni, perché esse esistono per fissare i punti della sua storia. Ogni opera è il collasso di tutte le infinite strade percorribili in una sola strada. Nel momento in cui realizziamo l’arte, noi ci stiamo fissando in essa, ci stiamo trasfigurando nella musica, nelle parole e nei colori delle storie che narriamo, dipingiamo e cantiamo. Finché non condensiamo tutte le potenzialità espressive in una forma concreta tutto rimane virtuale, sfuggente. Ma non appena intingiamo il pennino nel calamaio pieno di inchiostro, lasciamo le nostre tracce sul foglio e possiamo vederle: diventiamo chiari prima di tutto ai nostri occhi.

In quel momento diventiamo un’unità, ci sentiamo integri. Sentiamo di corrispondere al bordo della nostra essenza, di essere diventati giusti, calzanti. Noi creiamo per dare un volto alla nostra identità, come dice Caparezza nei versi che ho riportato sopra.

Facciamo arte per mettere ordine alla confusione della vita, per rendere immortale e solidamente concreto qualcosa che altrimenti rimarrebbe fugace e solo intuito. 

Da Nietsche a Wittgenstein, da Foucault a Rorty, passando per Kant la filosofia si è sempre interrogata sul senso del linguaggio come una struttura di solidità esistenziale prima che logica: Kant ad esempio, nella Critica della Ragion Pura cerca proprio di dirci che tutte le intuizione che non fissiamo nella stabilità concreta del linguaggio e della logica sono insensate. I filosofi si sono sempre interrogati sul ruolo della scrittura e della creazione come atto fisico, come un modo per rendere stabile e dare una struttura all’informe e al labirintico flusso dell’esistenza che di noi se ne infischia e continua imperterrito a levarci il terreno da sotto i piedi non lasciandoci nemmeno il tempo per pensare. E noi scivoliamo e cadiamo, ritrovandoci sperduti e atterriti finchè “l’inchiostro non scorrerà al posto del sangue”: allora vedremo il mondo come la testa di un folle cantante rap pugliese con i capelli ricci al posto dell nuvole. 

 

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