AttualitàFilm

La filosofia di American Beauty. Cos’è la meraviglia?

Non è possibile più nessuna “grande narrazione” (come afferma Lyotard nel celeberrimo La condizione postmoderna), nessun sistema, nessuna idea capace di unificare tutto il tutto, di tenere insieme il particolare e il generale in un quadro complessivo e definitivo. Ogni cosa è relativa e insignificante, trascinata dal flusso incontrollato e delirante di un universo che risulta sempre più estraneo, sempre più opprimente e indecifrabile. La vita non è altro che una successione di eventi che nessuno ha scelto di vivere, in cui ci si ritrova imbottigliati incastrati, scomodi, nell’attesa di muoversi, di procedere, di vedere la bellezza promessa. Ma alla fine scopriamo che quella promessa è solo un’illusione, che l’attesa è l’inganno da cui ci fanno credere di poter evadere ma in cui la routine ci porta lentamente a una sorta di acquiescenza dello spirito, un eterno ritorno della noia e della banalità (ne ho parlato anche in questo articolo sulla filosofia dei Beatles).

Ecco il quadro desolante con cui si apre American Beauty, il gioiellino con un monumentale Kevin Spacey nei panni del protagonista. L’antieroe americano per eccellenza, l’archetipo dell’americano medio: sposato e ingabbiato in un matrimonio ipocrita che si trascina solo per abitudine; un lavoro che non gli dà alcuna soddisfazione e che fa solo per continuare a mantenere intatte le apparenze di uomo per bene, rispettabile, per guadagnare i soldi che servono a curare il giardinetto uguale della casa uguale a tutti gli altri e a tutte le altre, prodotte in serie, anonime.

Senza via d’uscita, stretto e costretto negli schemi sociali e nell’ipocrisia della classe media, i borghesi dell’epoca vittoriana del XXI secolo. Apparenza è la parola chiave dell’esistenza dei protagonisti del film: ogni vita si protrae in quella che Heidegger chiamava “chiacchiera“, nella provinciale e anonima esperienza di un mondo spento e piatto, senza niente di memorabile, senza niente di travolgente, in un mondo dove ogni grande evento si rivela stupido, apparente, inutile.

Eppure nel grigio appassito di una realtà senza valore e senza valori, a un certo punto è possibile che emerga all’improvviso, così, senza preavviso, lo spettacolo rutilante della vita, lo splendore abbacinante della bellezza, il tripudio del rosso delle rose sparse qua e là a indicare la via lungo il sentiero della chiacchiera.

Come diceva Sartre, “la via d’uscita si inventa”.

E il protagonista di American Beauty, prende queste parole alla lettera: prende in mano la sua vita, spezza la maschera dell’ipocrisia in cui è rimasto imbrigliato, diventa sincero, prima di tutto con se stesso. C’è una vera e propria rottura nella sua vita perché si accorge che tutte le “grandi narrazioni” in cui confidava – il lavoro, la famiglia, il matrimonio, il denaro – sono menzogne: qui sta lo spirito postmoderno del film di Sam Mendes, nella consapevolezza di non potersi aggrappare più a nessun appiglio, di non avere più punti di riferimento stabili. O si ammette la fine delle grandi storie del passato oppure si mente a se stessi. Ecco lo spirito postmoderno.

Ma American Beauty non si ferma qui, perché la sua originalità si realizza nel superamento di questo spirito. Una volta rotta la finzione e aver scoperto il nichilismo che circonda l’esistenza, non posso richiudermi nella finzione, né accettare passivamente il nulla cosmico. Questo è il messaggio del film: infuria contro il morire della luce”divampa nella grandezza della possibilità che la vita, a ogni piè sospinto, ci offre. Non è un caso che il cambiamento, la frattura nella vita di Kevin Spacey, sia aperta dalla bellezza.

Dopo l’incontro con la verità così limpida e disarmante della bellezza, non si può rimanere indifferenti. 

Così anche in un mondo che cade a pezzi sotto il suo stesso peso, si può tornare a meravigliarsi delle piccole cose, degli eventi apparentemente trascurabili, infimi, banali (come gli Hobbit del Signore degli anelli), ma pieni della “sacra connessione di tutte le cose fuse assieme” di cui parlava David Foster Wallace. Allora, dopo aver ammesso che non è più possible una grande narrazione, un evento epocale e apocalittico, posso aprirmi alla possibilità infinita del mondo, della bellezza disseminata negli errori, negli inciampi e nelle cadute: perfino in una busta che vola nel vento.

“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare” (Tratto dal film)

Allora è possibile fare unacalda esperienza da consumatore (sempre le parole di DFW), vedere il buono del mondo, delle persone, nella difficoltà delle loro vita, nei problemi che tutti quanti condividiamo e che ci rendono così drammaticamente e tragicamente umani.

Allora è possibile cogliere la bellezza e la grandezza del banale, della piccolezza, delle parole gettate nel vento di una poesia, di una pagina di un libro che ci sconquassa la giornata, nella mano di un uomo che porge qualche centesimo a un barbone in metropolitana, negli hobbit della nostra realtà. Allora potremo dire insieme a Vonnegut, difronte alla più quieta, alla più ripiena e bonaria e soddisfatta delle felicità: “Cosa c’è di più bello di questo?”

Allora torneremo a MERAVIGLIARCI.

“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu… lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie… e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.”(Tratto dal film)

 

LEGGI QUI!

Qui sotto trovate i libri, i film o le serie tv a cui ho fatto riferimento per scrivere l’articolo, o da cui ho tratto le citazioni dei vari filosofi, quindi consideratela come una specie di Biblio/filmografia.

Faccio parte del programma di Affiliazione Amazon. Se ti piacciono i miei articoli e il mio lavoro di divulgazione puoi sostenere il mio progetto acquistando dai link qui sotto.

Rispondi