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La filosofia dei pessimisti: moralismo e verità

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Siamo circondati da persone che vogliono vedere il mondo bruciare. E quando non brucia, fanno di tutto per convincerci del contrario. Siamo circondati dai cinici, dai nichilisti, dai pessimisti ma non dai cari pessimisti che vivono la loro triste mestizia in solitudine, privatamente, come una questione individuale.

Oggi tutti vogliono esprimere la propria insofferenza nei confronti del mondo, la propria frustrata insoddisfazione, e questo è normale. Tutti abbiamo bisogno di parlare di noi, di metterci in mostra, dentro ciascuno di noi imperversa la tensione narcisistica che ci porta a creare, a inventare il capolavoro. Senza quel bisogno di attenzioni, fisiologico e connaturato dentro la nostra coscienza, non esisterebbero l’arte o la scienza o qualsiasi impresa umana o progetto. Come dice il Dr. Ford in Westworld, parafrasando un po’: “la storia del pensiero è la storia di un lungo rituale di accoppiamento”. 

Il problema è che i pessimisti non si accontentano di gridare la loro sofferenza. No. Loro voglio convincerti che anche tu soffri. Non si accontentano di avere uno spazio per maledire il mondo e il loro destino. Loro voglio convincerti che quel destino è condiviso da tutti. Ed è un destino di dolore, un destino che ci porta a chiederci se non sarebbe meglio non essere mai nati.

Ho sempre avuto un problema con i nichilisti, i pessimisti e i cinici: il loro autocompiacimento. La pretesa di aver raggiunto la verità, di aver scoperto l’accesso all’essenza del mondo: e l’essenza del mondo è essenzialmente dolore e sofferenza. “Homo homini lupus” grida il vero uomo proclamando una verità abissale, la chiave per la comprensione del mistero turpe dell’umanità. Oltre le sovrastrutture, le maschere e le finzioni della società civile, siamo esseri egoisti, malvagi, pronti alla sopraffazione. La nostra vera natura è malvagia.

Questa è la tesi del pessimista autocompiaciuto. Prendono la loro teoria, la loro esperienza, la loro “credenza”, e la fanno diventare cosmica. E così di colpo quello che loro, dalla loro prospettiva soggettiva considerano vero, diventa assoluto e universale. È questo che non ho mai tollerato dei pessimisti (nota bene, non del pessimismo a livello concettuale!), il fatto che debbano sentirsi superiori in senso morale e intellettuale.

Questo è quello che io chiamo “moralismo pessimistico”. Chi non è pessimista non è abbastanza sensibile per essere considerato intellettuale e viceversa chi non è abbastanza sensibile non può comprendere l’essenza dolorosa della realtà. Secondo il moralismo pessimistico c’è una corrispondenza diretta tra verità e pessimismo, tra intelligenza e dolore. È la stessa tesi alimentata dal mito romantico dell’artista pessimista, solo, rifiutato dalla società, reietto, escluso, relitto umano. Il metro di giudizio dell’intelligenza, della creatività, dell’originalità artistica è il grado del tuo pessimismo, della tua (pretesa) sfiducia nei confronti del mondo.

Ma questa è solo una storia che ci raccontiamo per stare bene con noi stessi. È la storia che ci raccontiamo per sentirci superiori a tutti gli altri, per giustificare il nostro insuccesso. Se gli altri non mi capiscono o non mi accettano è colpa loro, della loro insensibilità verso la vera arte, che guarda caso è proprio la mia. Il moralismo pessimistico, come tutti i moralismi, rende assoluto e oggettivo un principio del tutto soggettivo e arbitrario per fondare una supposta superiorità morale.

E si, il pessimismo è una visione soggettiva e arbitraria. Non ha niente a che vedere con la verità o con la realtà. Non c’entra assolutamente niente con l’essenza del mondo. Semplicemente perché qualcosa come l’essenza del mondo non esiste. Come dice Putnam, uno dei filosofi americani più importanti del ‘900, tutto quello che abbiamo è un mondo già razionale, già linguistico, già codificato: non ha più senso credere che oltre il codice razionale entro cui interpretiamo il mondo, ci sia qualcosa di più profondo. Non esiste un linguaggio proprio del mondo, ma solo l’insieme dei linguaggi umani che usiamo per descriverlo.

“I pessimisti moralisti hanno solo confuso il loro bisogno di sentirsi meno soli e un po’ più intelligenti, con una verità universale.”

Lo scrittore francese Paul Valery usava l’espressione “il più profondo è la pelle” proprio per dire che oltre la patina superficiale del linguaggio, dei modi in cui descriviamo il mondo e l’uomo non c’è un livello ulteriore e più autentico. Tutta la potenza espressiva possibile possiamo dispiegarla in superficie. Oltre le maschere e le finzioni della società troveremo solo altre finzioni. Per questo non ha senso neppure credere che l’uomo sia intrinsecamente malvagio. L’uomo non è né buono né cattivo nello stato di natura, perché tutto ciò che è, lo è socialmente, e ogni sua azione non può prescindere dall’essere considerata all’interno del reticolo di codici della cultura e della società, come un atto sociale, linguistico e… umano! Non ha senso parlare di come l’uomo è naturalmente perché non abbiamo accesso a un uomo allo stato di natura: l’uomo è proprio la negazione dello stato di natura perché esiste come concetto e unità strutturale solo all’interno di una cultura.

Se non esiste un modo proprio di essere del mondo, allora la pretesa universalità del pessimismo viene meno. Così come il convincimento che il pessimismo sia sintomo di profondità morale. È solo la conseguenza di brutte esperienze e sfortuna. E non si può estendere un’esperienza individuale all’intera umanità. Con buona pace dei moralisti. Con buona pace di tutti i radical chic cinici o gli artisti bohemien che hanno compreso la vera essenza drammatica del cosmo, la legge universale della sofferenza.

Alla fin fine i pessimisti moralisti hanno solo confuso il loro bisogno di sentirsi meno soli e un po’ più intelligenti, con una verità universale. Quindi fino a quando i cinici rimangono nelle loro botti, nudi, o vanno alla ricerca dell’uomo di notte, alla luce tenue di una lanterna, come faceva Diogene ad Atene, i cinici sono geniali e interessanti. Ma se si mettono in testa di voler essere nuovi profeti o messia della verità del mondo, basterà ricordagli che i messia non fanno mai una bella fine, perché alle non piace sentirsi dire che sono stupide.

Libri Citati o di riferimento

  • Realismo dal Volto umano (Hilary Putnam)
  • Il pragmatismo: una questione aperta (Hilary Putnam)

 

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