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La filosofia del Signore degli Anelli. La caduta degli eroi

“Vorrei che l’anello non fosse mai venuto da me”.

In queste parole di Frodo emerge il senso più tragico della storia narrata da J.R.R. Tolkien: in questa confessione di fragilità e solitudine si dimostra la grandezza drammatica degli eventi narrati in quel capolavoro che è Il Signore degli Anelli. Nelle paure di Frodo riecheggiano tutte le nostre paure, le nostre debolezze, si rivelano tutte le insicurezze che cerchiamo continuamente di nascondere e dissimulare, che mascheriamo dietro la facciata di placida tranquillità con cui ci ammantiamo ma che non aspettano altro di uscire alla luce e di esplodere.

Quante volte nella nostra vita ci siamo sentiti  sperduti, oppressi in un reticolo di fili che si infittisce sempre di più non lasciando passare nessuna luce a rischiarare la via? Quante volte ci siamo sentiti senza via d’uscita, intrappolati nell’assurdità di qualcosa che non potremo mai controllare o sperare di comprendere? L’Anello è il mondo, il peso della vastità del cosmo, l’evidenza dell’eccesso che la realtà conserva sulle nostre possibilità limitate. L’Unico Anello è un oggetto di fatto impenetrabile e incomprensibile, contiene un potere talmente grande da non essere sostenibile con i normali mezzi umani. Chiunque fallirebbe nell’impresa di interiorizzare un potere del genere perché le strutture logiche della nostra mente non saranno mai pronte per un evento così estremo.

L’anello assume un peso imprescindibile tanto quanto gli altri personaggi, le cui “azioni” muovono i fili della trama tanto quanto le imprese di Aragorn, Gandalf e Sauron. Qualunque cosa noi possiamo prevedere della realtà, qualunque pianificazione possiamo fare, sia nel bene che nel male, è destinata a scontrarsi con l’imprevisto, ad essere frustrata dal caso, dall’evento sfuggente che compare all’improvviso interrompendo il normale flusso degli avvenimenti. È questa la natura del concetto di “evento”, un avvenimento che non era possibile prevedere, che eccede le sue cause, come dice chiaramente il filosofo Slavoy Zizek nel suo saggio “Evento” (ho parlato di questo concetto nell’articolo sulla Finale di HIMYM). Sauron potrà mobilitare eserciti di 100.000 orchi e devastare la Terra fin nelle sue profondità attingendo a tutto il suo potere ma qualunque sia il suo piano noi sappiamo che è destinato a fallire e la Compagnia a trionfare. Per una semplice ragione: Gandalf e la Compagnia dell’Anello vincono perché hanno intuito una verità fondamentale che al nemico sfuggirà sempre, che cioè l’Anello ha una volontà propria, che il caso irrompe sui binari facendo deragliare la storia in modo imprevisto e irrimediabile.

Leggendo la trilogia, si percepisce qualcosa che guardando solo i film non potrà mai essere compresa del tutto: l’opera di Tolkien inizia a sfuggire di mano gettando le sue metastasi in ogni insenatura, si allarga e si ripiega sul suo peso, diventa talmente spaziosa e ampia che l’imprevisto diventa davvero l’evento propulsivo degli avvenimenti. In una marea di eventi così ramificata e complessa sembra quasi che il caso e la scintilla dell’imponderabile debba divampare come un fatto necessario. É per questa ragione che la maggior parte dei personaggi del Signore degli Anelli non sono nettamente né bianchi né neri ma stanno nel mezzo. La tensione drammatica non deriva dall’opposizione di bene contro male bensì dall’evidenza dell’imprevisto: caos contro ordine. Alla fine chi vince non è Frodo o la luce o il bene. Non è un caso che non ci sia una battaglia da cui uno dei due schieramenti esca trionfante in modo evidente e lampante: la risoluzione del conflitto (che non è una vittoria) non si realizza nel clamore degli eserciti, né negli atti eroici o distruttivi di una delle due parti in gioco perché c’è una terza parte che entra i scena mettendo tutto in discussione. Lontano dalle imprese epiche e universali del campo di battaglia due viaggiatori sperduti e incerti viaggiano sulle loro corte gambe insicure accompagnati da Gollum, il più grigio dei personaggi, l’incarnazione dell’imprevisto stesso.

Nell’introduzione di questa terza parte che si inserisce nel gioco della narrazione sta la genialità assoluta e l’originalità visionaria di Tolkien. Lo scrittore inglese ha saputo creare l’epica dell’uomo moderno, ha fatto incarnare in una storia universale e cosmica la fragilità non vista e silenziosa che ci rende davvero umani mettendola in risalto sullo sfondo dell’eroismo della guerra. Lo Hobbit è l’archetipo dell’uomo, la risposta della letteratura alla solitudine che nasce dalla scoperta di vivere in un universo che ci sovrasta in modo irrimediabile, che non riusciremo mai a comprendere, che sarà sempre “più di noi”. Siamo sperduti, soli e indifesi, siamo piccoli e trascurabili in uno spazio freddo e incalcolabilmente vasto come gli Hobbit al cospetto delle forze monumentali che si stanno smuovendo nelle Terra di Mezzo. Questo ci terrorizza e in quel terrore così vero siamo più umani che mai, proprio come Frodo che si chiede perchè l’anello sia giunto proprio da lui.

Non c’è una ragione riconoscibile, nessun dio l’ha deciso: all’improvviso si è solo ritrovato incastrato tra gli eventi, tirato da forze che non riuscirà mai a governare: questo è il caso. É questa rivelazione definitiva che ci fa emozionare quando facciamo l’esperienza de “Il Signore degli Anelli”. Prendiamo coscienza che non possiamo decidere in quale punto della storia vivere o in che momento trovarci ad agire. “Possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso”, come dice Gandalf rispondendo all’inquietudine di Frodo.

Anche nella più infuriata delle catastrofi, nella più drammatica della sconfitte, nell’irrimediabile avanzata della morte che sembra sul punto di richiudere la mano intorno al trofeo della vittoria, non dobbiamo dimenticarci il valore del banale, dell’infimo, del trascurabile. Non dobbiamo scordarci che nella nostra storia di errori e insicurezze riusciamo a sbocciare nel tripudio monumentale della creazione, nel momento in cui ammettiamo il peso dell’evento imprevisto, del caos e dell’inciampo. E dopo aver compreso che non c’è nessun senso inscritto nel mondo, iniziamo a costruirne uno.

Sauron non perde perché è più debole dei suoi nemici ma paradossalmente, perde a causa della sua eccessiva forza. Sauron è troppo grande e troppo rivolto al potere universale per rendersi conto che l’epico e l’eroico non sono le uniche forze che agiscono nel mondo. Il vero vincitore della storia, alla fine non è Frodo, non è Sam, non è Galadriel o Elrond. Chi vince è solo Gandalf perché era l’unico abbastanza consapevole che la storia si sarebbe decisa nell’imprevisto e non nell’eroismo: sapeva che Gollum era in vita per recitare un ultimo atto nella tragedia. Infatti non è Frodo che getta l’anello nel Monte Fato, ed è un caso che siano loro a vincere e Sauron a cadere. La vera tensione drammatica sta nello svolgimento della storia, nel peso dell’Anello, nella sua imprevedibile potenza e nella commovente forza della più piccola delle creature in mezzo alla tempesta che infuria sullo sfondo, LO HOBBIT.

Tutti noi siamo Frodo e Sam che si arrampicano per la strada impervia e quasi assurda della vita. A noi spetta la decisione di intraprendere il cammino, ma l’Anello ci spingerà sempre dove non abbiamo deciso di andare e Gollum sarà sempre in agguato, pronto a risolvere tutto in una risata folle e delirante proprio sul bordo del baratro.

 

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